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giovedì, 30 Maggio, 2024
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Cristian Fracassi, ingegno e innovazione al servizio delle idee

Quello che ci viene insegnato fin da piccoli è che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Ci sono aziende che hanno uno sguardo speciale – alcune volte con tinte di azzurro – attraverso il quale si riescono a realizzare sogni.
Cristian Fracassi di sogni ne vede a centinaia, per il semplice fatto che gli vengono appoggiati sulla scrivania ogni giorno.
Isinnova è il posto in cui si fanno crescere le idee. Una in particolare è quella che ha dato “respiro” a centinaia di malati di Covid durante la prima ondata pandemica, attraverso una maschera da snorkeling e una piccola valvola creata con una stampante in 3D. Un’idea che è valsa al trentasettenne bresciano la nomina di Cavaliere della Repubblica da parte del Presidente Mattarella. Quella della valvola Charlotte, ormai conosciuta in tutto il mondo, è una gran bella storia, e a raccontarla c’è anche un libro, “Tutto d’un fiato”, e un interessante progetto cinematografico.

Cristian è felicemente al lavoro quando ci sentiamo di sabato mattina. Avere un po’ di tempo per ragionare ‘da solo’ sui progetti futuri dell’azienda è per lui una sorta di spazio relax.

L’Intervista

Come si riesce a vedere il futuro in pochi lampi per poi cercare di condividerlo, e come è nata la realtà Isinnova?
Isinnova, ovviamente, nasce da un’idea: non poteva essere diversamente! Sono sempre stato un ragazzo curioso che voleva capire il perché delle cose e risolvere problemi. Ho finito l’università con un obiettivo chiaro in mente: dare la vita alla mia prima idea, BRIX (una sorta di mattone in plastica e/o legno che permette di costruire in poco tempo delle case). Per questo ho fatto un dottorato in materiali, per conoscere al meglio la materia, e a seguire un master, per capire come sviluppare dal punto di vista economico un progetto di business. Ero ingegnere ormai ma non volevo un “normale” impiego in un’azienda, volevo qualcosa che fosse dipinto esattamente sul mio essere, un lavoro che mi permettesse di imparare, di risolvere, di pensare, di soddisfare il mio desiderio di conoscenza e novità. Un incontro fortunato con un imprenditore che era interessato a un mio progetto, grazie al quale avevo vinto un concorso, mi ha dato l’opportunità di dare finalmente vita a quello che avevo in testa fin dall’università: una realtà mia che avesse come obiettivo aiutare persone e aziende che, come me, avevano un’idea e non sapevano come concretizzarla. Isinnova appunto.
Qual è l’ingranaggio che regola l’acquisizione dei sogni altrui prima di farli diventare realtà?
Di idee ne sentiamo, qui ad Isinnova, davvero tante. Il problema non è la quantità, ossia l’averle, ma quello che fa la differenza, cioè la possibilità di concretizzarle. Non esistono idee intelligenti o idee stupide, quello che più ci colpisce è la forza che parte da chi ce le propone nel volerle realizzare. Di solito chi non crede nella propria idea e ci lascia tutto nelle mani, come se dovesse depositare un pacco, non è il tipo di inventore che fa per noi. Cerco di spiegarlo sempre a chi viene a farci visita, magari con un bozzetto tra le mani o anche solo con un racconto verbale, l’importante è farmi capire che ci crede davvero e che a trasmettere tutto questo sia una profonda convinzione. Chi non crede nei propri sogni ma cerca qualcuno che glieli realizzi a volte può essere demotivante. Di contro esistono altre persone che con tutta l’umiltà decidono di iniziare questa avventura mettendoci tutta la passione che hanno. È come fare una maratona, una parte sarà sicuramente di pratica sportiva, ma la percentuale più alta sta tutta nella voglia di farcela.


Come procede Isinnova nell’acquisizione e sviluppo di una buona idea?
Sicuramente partiamo dall’analisi dell’idea stessa e la facciamo passare per tre punti fondamentali: la novità, la parte economica di ritorno e naturalmente la fattibilità tecnica. Quello che dobbiamo capire molto velocemente è se il gioco vale la candela, anche perché il mercato è strano e spesso non corrisponde alle previsioni, ma neanche questa è verità assoluta. Dopo aver passato questi tre gradini ci occupiamo di tutta la progettazione, la parte relativa ai vari test e poi la tuteliamo depositandone e registrandone il brevetto. A questo punto è tutto nelle mani della produzione e naturalmente della comunicazione. Questo siamo noi, questo è il nostro lavoro.

Siete stati eroi nella pandemia.
Questo tempo di ibernazione, che ha coinvolto moltissime attività, anche per Isinnova non è stato facile. All’inizio ci ha spaventato molto e ci ha messo a dura prova dato che il nostro fatturato dipende proprio da altre realtà aziendali e da come decidono di investire in progettazione. Con la crisi, causa pandemia, molti rubinetti sono stati chiusi preventivamente e noi abbiamo dovuto fare i conti, come tantissimi altri, con diversi contratti annullati. Abbiamo investito il nostro lavoro gratuitamente per più di cinque mesi. È stata una scelta che ci siamo sentiti di fare e solo ora ne vediamo i primi risultati. Con la valvola Charlotte abbiamo avuto la possibilità di espandere i nostri contatti e guadagnare la fiducia di nuovi clienti, soprattutto internazionali, grandi aziende che hanno creduto in noi e nel nostro progetto. Quello che ci ha tenuti stretti sul pezzo è stato proprio il voler guardare oltre, verso il futuro, cercando di risolvere le problematiche di ogni giorno. E abbiamo fatto bene. Quando si è sotto pressione spesso viene fuori il meglio di ognuno di noi.Perché ci vuole passione nel fare il proprio lavoro.
E aggiungerei anche adrenalina. Fondamentale. Molte volte, un progetto è pronto dopo diversi anni di collaudi. C’è un episodio che porto sempre nel cuore. Un paio di anni fa si sono presentati in azienda tre fratelli. Mi hanno raccontato la loro storia. Uno di loro era un inventore. Sono arrivati con la stessa idea tra le mani, portandola come se fosse la più delicata delle invenzioni. Si trattava della malattia della madre con la quale combattevano da tempo e che non riusciva a trovare soluzione: piaghe che non si rimarginavano mai, piaghe da decubito. Il loro amore per questa madre era così forte da superare il dolore che nasceva ogni volta che bisognava medicarla senza alcun cenno di miglioramento. Uno di loro aveva un’idea, creare qualcosa che non permettesse alle bende per la medicazione di aderire alla pelle così da lasciare che la ferita si rimarginasse naturalmente. Tutti e tre avevano questo desiderio forte e mi chiedevano aiuto per trovare una risposta. Abbiamo così pensato alla progettazione di un dispositivo medico, una cupolina in silicone, che abbiamo stampato subito in 3D, per proteggere la parte delicata della pelle. Dopo quattordici mesi di prove siamo arrivati, con grande orgoglio, a presentare
Simopod – in onore di Simonetta, la madre dei tre fratelli – il primo dispositivo farmacologico in grado di aiutare velocemente la guarigione delle piaghe da decubito. Abbiamo ottenuto tutte le certificazioni per la distribuzione e ora aspettiamo che diventi un bene, così voglio definirlo, di tutti. Conosco la realtà delle persone malate che soffrono di questa patologia e comprendo quanto possa essere importante un aiuto del genere. Ecco, il mio lavoro è questo, faccio parte per un tempo breve dei sogni della vita degli altri, e se posso realmente aiutarli a concretizzarne qualcuno torno a casa dalla mia famiglia con il cuore più leggero. Quello che dico sempre, alla squadra dei quattordici ragazzi che lavorano con me, è che l’importante è crederci e fare bene, sempre, il proprio lavoro, senza dare false speranze, ma partecipando attivamente e concretamente allo sviluppo di un’idea facendola crescere e portandola a diventare una risorsa per tutti.

Spendere la propria professionalità per migliorare la società in cui viviamo dovrebbe essere l’obiettivo alla base di ogni azienda.
Fare l’imprenditore non è solo un lavoro, è una vocazione. Non tutti sono portati per farlo e questo è un bene perché se ci fossero solo imprenditori e nessun dipendente, la società non potrebbe andare avanti. Tutto si basa sul delicato equilibrio che regola questa proporzione. Come ogni vocazione, anche quella dell’imprenditore deve avere un fine a cui puntare, un obiettivo che giustifica il sorgere del desiderio di costruire un’azienda dal niente: da un’idea, da un sogno, da una speranza, da qualunque cosa. Il motivo, dal mio punto di vista, non può essere solamente “fare soldi”. Certo sarebbe sciocco e ipocrita fingere che guadagnare non sia importante e che non trasmetta un’incredibile soddisfazione e voglia di avere sempre di più. È normale, è umano ed è anche uno dei fattori principali che permette a un’azienda di fiorire e di andare avanti. Però non c’è solo questo. Dal mio punto di vista, un imprenditore, per essere definito tale, deve puntare a qualcosa di più: al bene comune. È evidente che non può essere il pensiero fisso quotidiano, perché sono ben altri i pensieri che (purtroppo) ci troviamo costantemente ad affrontare. La penso più simile a una linea guida che percorre le azioni e la vita dell’azienda stessa, fornendo la corretta direzione. Se un imprenditore non prova il desiderio di migliorare la società che lo circonda con la propria attività, allora tutto si riduce a uno sterile esercizio commerciale volto solo al profitto. E questo, secondo me, non può essere definito ‘azienda’ ma, soprattutto, non può essere definito ‘imprenditore’ chi la guida. L’etimologia stessa del termine imprenditore riconduce a questo: deriva infatti dal latino – e qui mi scuso per la citazione classica ma ho una moglie che ha fatto lettere e glielo devo! – dalla parola prahendere che vuol dire appunto “prendere sopra di sé”, “farsi carico”… se non è significativo questo!

Cristian è davvero tanto giovane, e questo fa di lui un ottimo esempio per quanti vogliono fare del proprio lavoro una delle passioni più importanti della vita, a dispetto delle difficoltà che si incontreranno sul cammino, dei muri dell’esistenza e delle incompatibilità strutturali del mercato. Non ha importanza. Quello che più conta è crederci fino in fondo, sempre.

Intervista a cura di Fabiana D’Urso

[ Foto di Isinnova ]

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