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sabato, 13 Luglio, 2024
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ANTONINO MILONE E IL VOLLEY AZZURRO CHE UNISCE I POPOLI

Come raccontare i veri valori attraverso una carriera che ha fatto del volley, il perfetto schema di unione tra culture

Provate ad immaginare come ci si possa sentire all’età di tredici anni quando rispetto alla propria classe si svetta verso il soffitto dell’aula con un’altezza già di un metro e ottantotto centimetri. Antonino Milone, da subito ha compreso che forse gli era stata data la possibilità (seppur ancora un ragazzino) di vedere “oltre le cose”. All’inizio non era consapevole di quello che poi sarebbe stato il suo destino, e cioè affrontare le sfide della vita con un carattere innato forte e coraggioso. E così, mentre il professore di Educazione Fisica (un tempo si chiamava così, oggi è Motoria) Franco Basilicata, sosteneva che in quel corpo ci fosse già un talento innato, la Ottaviano Volley, all’età di quattordici anni lo scopre attraverso la figura di Paolo Iervolino. E già la dimensione della squadra “giovanile”, dove erano tutti più grandi di lui, diventa il primo stadio di crescita e di confronto. Mediolanum fa presto a capire che il ragazzo ha una stoffa tutta particolare, e con Berlusconi al massimo della sua popolarità imprenditoriale, Antonino viene catapultato a poco più di quattordici anni nella grande e vorticosa Milano. Da solo. I suoi genitori e le sue tre sorelle più piccole, Anna, Pina e Monica, lo salutano come si fa con i grandi guerrieri che non sanno ancora di esserlo prima della battaglia in terra straniera. Milano è grande, anzi “mastodontica” e lì Antonino continua i suoi studi da geometra. Quando lo intervisto non penso per un istante alla sua altezza, ma a quello che lo sguardo buono e profondo mi restituisce ad ogni domanda.

Sono cresciuto subito a Milano, e l’ho fatto in un ambiente ordinato, ed è stata la mia grande fortuna. È stato lì che ho imparato a confrontarmi con la vita e con il mondo. Erano gli anni Novanta. Anni in cui la Lega aveva radici nuove ma anche profonde e il razzismo nei confronti di un napoletano erano molto evidenti e continui. Dovevo, rispetto agli altri, sudare venti camicie per essere uguale ai miei compagni di strada. C’era un pensiero prevenuto verso di me, ma questo mi ha fatto diventare ancora più forte. Ero solo un ragazzino, ma questo mi ha fatto crescere molto in fretta. Ero già in serie A. Avevo la mia personalità e soprattutto mi ero reso conto delle potenzialità che conservavo dentro di me. Potenzialità nascoste. Ho sempre letto la vita dei grandi campioni e ogni volta mi sono confrontato comprendendo che le difficoltà in questo percorso, soprattutto sportivo, fanno parte del gioco e del percorso. E poi ritengo, anche se oggi le cose sono molto cambiate per fortuna, che il gioco serva sempre “ad unire” e mai a dividere”.

Antonino ha vissuto molto sulla sua pelle, ma va comunque fiero di aver incontrato sul suo cammino determinate persone che gli hanno insegnato a vivere nella maniera più corretta. E a quell’allenatore che un giorno disse davanti a tutti “Peccato, se non fosse napoletano…”, ha insegnato a guardare oltre, ma lo ha fatto in una maniera talmente vincente (ossia facendo il suo lavoro di campione) che alla fine, si è aggiudicato il rispetto di tutto il “Nord”.

Intervistare questo ragazzone, di oltre due metri, parlando di come abbia fatto ad innamorarsi di Brescia (dove ha vissuto per molto tempo) o di come si sia fatto amare da tutti quelli che ancora non lo avevano compreso, non è obiettivo principale. Il tempo trascorso sulle linee delle tante vittorie e la maglia azzurra della nazionale indossata con grande naturalezza, sono state il trampolino di lancio per approdare ad un’altra realtà, che è quella che oggi più interessa e che conserva tutta l’esperienza, umana e sportiva di Antonino Milone, anzi, del “Campione del Vesuvio”.

Un giorno mi sono presentato dal sindaco di Terzigno, Francesco Ranieri, e gli ho detto che volevo mettere in moto una realtà che oltre a fare formazione nello sport, diventasse anche un campo di vita per i ragazzi che non potevano avere grandi possibilità. Il progetto nasceva da un mio istinto, cresciuto dentro di me nel corso del tempo, e che era quello di azzerare una volta per tutte una stupida rivalità storica che c’era tra i due paesi di Terzigno e San Giuseppe Vesuviano. Volevo spiegare ai ragazzi l’importanza di alcuni valori, così come li avevano a suo tempo insegnati a me durante l’esperienza bresciana e bergamasca. Oggi, più che mai, c’è bisogno di abbattere i muri invece di alzarli. E i bambini di San Giuseppe Vesuviano sono uguali a quelli di Terzigno. E dato che c’era questo razzismo (incredibile usare questa parola in un contesto del Sud) sul campo di calcio, ho pensato che allora fosse importante unirli con la pallavolo. Il mio è stato un vero e proprio marketing mentale. E comunque quello che sentivo dentro era la spinta a fare “la cosa giusta”. Ho creduto moltissimo in questo progetto e sul mio cammino ho incontrato persone che mi hanno supportato. In futuro mi piacerebbe mettere insieme altri paesi vesuviani. Luoghi dove c’è un degrado davvero incredibile e dove la maggior parte dei ragazzi non ha grande scelta di vita, ma soprattutto non ha la possibilità di avere la stessa fortuna che è capitata a me quando ero solo un ragazzino come loro. La cosa che più mi ha colpito, parlando con alcuni di loro è che molti di loro non hanno mai visto un palazzetto dello sport”.

Ed è questo il punto più importante sul quale e per il quale si sta delineando la strada di Antonino Milone, quello di fare formazione mirata e non solo dal punto di vista sportivo e non solo alle generazioni del futuro meno fortunate. L’obiettivo è anche quello di far sapere e capire agli insegnanti il valore e la cultura del lavoro e soprattutto dell’educazione attraverso lo sguardo attivo dello sport.

Molti mi dicono che ho la mentalità del nord. E allora io rispondo dicendo che in questo modo loro discriminano la loro stessa realtà comunitaria”.

Antonino mi spiega poi che per portare avanti un progetto del genere e per tirare via anche dalla strada senza uscita della droga e delle sigarette, bisogna farsi portatori dei veri valori e crederci fortemente e profondamente. Per arrivare a certi livelli ci vuole però un grande lavoro di squadra e soprattutto dare valore ed importanza ad ogni membro del team. Mai essere un dittatore, ma consentire ad ognuno di ricoprire, nella maniera più giusta, il ruolo che più gli si addice all’interno di quello stesso progetto. E tutto questo per lo sport è davvero una base imprescindibile.

E a quelli che gli dicono “Antonino, tu corri troppo!”, lui risponde con la faccia del ragazzo buono e che vede sopra le cose “Mia madre mi ha dato due braccia, due gambe e un cuore, perché non devo fermare?”.

Tra i partner importanti che mi hanno sostenuto e che mi sostengono c’è la realtà davvero unica per umanità e professionalità di Caffè Cola. Ci tengo molto a ringraziare il team di questa storica azienda perché sono stati un perno fondamentale che mi ha permesso di dare tutto quello che avevo nella mente, e che volevo diventasse un vero progetto, ai ragazzi meno fortunati della nostra regione. Lo sport è di tutti, e se in questo territorio martoriato riuscirò a permettere che almeno i valori più importanti passino attraverso lo sport, per arrivare direttamente al cuore di tutti quei ragazzi, sentirò di aver dato un senso davvero profondo alla mia carriera e alla mia vita.

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